Nuove offerte di salute: progetti e sfide per la sanità pubblica

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Sta emergendo sempre di più un concetto di salute allargata per accogliere i bisogni delle persone. Per farlo occorre un nuovo patto tra istituzioni e attori del sistema per la messa a punto di buone nuove pratiche.  

Partiamo da due fatti che stanno caratterizzando l’offerta di salute erogata dal welfare del nostro Paese.

  • L’esperienza COVID – è noto – ha generato disagio psichico e una specifica domanda di aiuto nella popolazione. La domanda è stata intercettata dal Servizio Sanitario che con l’istituzione del cosiddetto “bonus psicologico” non solo ha dato un supporto economico ma ha anche fornito una sorta di legittimazione sociale ad una richiesta di intervento non più confinabile entro una sfera privata e individuale.

Di fatto, rispetto al periodo pre-COVID si stima oggi che le prestazioni psicologiche siano aumentate del 60% (dati forniti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi); un aumento gestito da professionisti della psicologia operanti in regime di libera professione.

Peraltro, si stima anche che l’operazione “bonus” (entro le disponibilità di budget previste) abbia coperto soltanto una metà della domanda emersa; l’altra metà è rimasta priva di supporti di aiuto non essendo i servizi pubblici in grado di aumentare il volume delle loro prestazioni data la precarietà in cui versano da alcuni anni a questa parte.

Di fatto, in questa circostanza socialmente rilevante, il sistema di welfare ha saputo intercettare e riconoscere una domanda di salute (di tipo non medicale) ma non è stato in grado di gestirla all’interno della sua offerta di sevizi.

  • In questi mesi si sta sviluppando una iniziativa legislativa volta a istituire una rete di servizi psicologici territoriali e la figura dello “psicologo delle cure primarie”. L’iniziativa si propone di arricchire l’offerta di welfare nel nostro Paese lungo una doppia direzione: a) affiancare e integrare all’interno di uno stesso servizio prestazioni psicologiche e mediche: b) ampliare l’area delle prestazioni rivolte al territorio e alla comunità finalizzate all’enabling e all’empowerment dei cittadini con l’obiettivo di migliorare le azioni di prevenzione e di promozione della salute, oltreché di cura.

Un progetto quasi rivoluzionario ma allo stato nascente. Bisognoso quindi di grandi attenzioni sul piano del design progettuale, della sua implementazione, nonché del coinvolgimento degli attori e delle risorse professionali destinate a dare forma e valore attuativo alla proposta.

Cosa hanno in comune questi due eventi per essere ripresi sulla Newsletter del centro di ricerca EngageMinds Hub?
Due aspetti a giudizio di chi scrive meritano di essere riconsiderati.

Da un lato, pare evidente come prenda sempre più piede in ambito sociale una “cultura allargata della salute” articolata su diverse dimensioni (biologica, psicologica, culturale, ambientale…) generatrice di “domande di salute espanse” (comprensive di corpo e soggettività, individualità e appartenenze comunitarie, cura e promozione della salute…).

Da un altro lato, pare altrettanto evidente come il nostro sistema di welfare sia positivamente orientato a leggere e ad accogliere le indicazioni emergenti dal nuovo scenario della salute e si stia attrezzando a darvi risposte congruenti.

Insomma, sulla costruzione di una liason fra nuova domanda di salute e nuova offerta pubblica di servizi sembra oggi giocarsi la possibilità di costruire un significativo salto di qualità per sistema di welfare del nostro Paese.

Un progetto certamente desiderabile ma altrettanto sfidante sul piano attuativo per diverse ragioni.

Da molti anni ormai le risorse pubbliche destinate alla salute risultano sottodimensionate rispetto alla domanda se non congelate o addirittura diminuite. Ciò riguarda l’intero sistema e in modo specifico l’area delle prestazioni psicologiche caratterizzata da una vera e propria implosione come mostra una recente ricerca eseguita sugli ultimi decenni della professione (*).

Necessitiamo dunque di nuove risorse per riparare deficienze ormai storiche ed a maggior ragione a fronte dei nuovi compiti di cui il welfare mostra di volersi far carico. La gestione della domanda collettiva di aiuto scatenata dal COVID o la progettazione di un welfare territoriale /di comunità sono certamente esempi significativi ma non unici di temi prototipici destinati sempre più spesso ad entrare nell’agenda della sanità pubblica.

Peraltro, proprio la nuova configurazione dei compiti che il sistema di welfare intende darsi induce a ritenere che il solo aumento quantitativo di risorse non sia bastevole. Parrebbe in questo senso opportuno operare anzitutto per un ri-coinvolgimento motivazionale dei professionisti della salute a fronte delle difficoltà pregresse di questi anni quale momento iniziale e propedeutico ad una loro piena immersione co-autoriale nella progettazione e nella costruzione della nuova offerta. È infatti ragionevole pensare che il passaggio “dal dire al fare” richieda una solida alleanza di lavoro fra istituzione e attori di sistema per la messa a punto di buone pratiche: sul piano dei contenuti ma anche su quello dei flussi di erogazione dell’offerta.

In questa riconfigurazione di campo sarà opportuno ripensare anche il ruolo del cittadino (nelle sue articolazioni di individuo, gruppo, comunità) sempre meno relegabile al ruolo di paziente-utente e più appropriatamente configurabile come interlocutore, posto che si voglia andare nella progettazione di servizi “su base di domanda” come il sistema di welfare pare intenzionato a fare.

Claudio Albino Bosio – Coordinatore scientifico EngageMinds HUB

(*) Lozza E., Vecchio L.P., Sesini G., Delbosq S., Bosio A.C. (2024). Lo stato e le prospettive delle professioni psicologiche in Italia: IV° Monitor 2023-24. Fondazione Adriano Ossicini, Roma