Non è (solo) neofobia

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Non è (solo) neofobia

Ripensamenti sull’alimentazione per la longevità

di Michelle Calvete Labouz – PhD candidate in Agrisystem, EngageMinds HUB

Ogni volta che mi presento “sono una dottoranda e mi occupo di alimentazione per la longevità”, la reazione è quasi sempre la stessa. Suscita interesse e curiosità. Poi, subito dopo, il discorso inizia a prendere una piega abbastanza comune: “eh, ma tanto gli anziani non cambiano”, “alla loro età è difficile introdurre cose nuove”, “con il cibo non si scherza, meglio non toccare le abitudini”.

È un passaggio rapido, quasi impercettibile. Ma è lì che si cristallizza il presupposto che con l’età l’innovazione non sia più terreno praticabile. Che il gusto si fermi, o debba essere lasciato in pace. È una narrazione diffusa. E finisce per orientare, spesso senza dichiararlo, anche il modo in cui pensiamo le soluzioni.

Eppure, il contesto ci dice altro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiara su questo punto: l’alimentazione è una leva centrale per sostenere l’healthy aging. Proteine, vitamine e micronutrienti sono fondamentali per mantenere massa muscolare e funzione immunitaria, contrastando sarcopenia e fragilità (WHO, 2021; Bauer et al., 2013).

Nonostante questo le carenze nutrizionali nelle età più avanzate restano diffuse. Nel frattempo, il sistema dell’offerta si è mosso promuovendo prodotti arricchiti, alimenti funzionali, soluzioni pensate per rispondere a questi bisogni. Eppure spesso restano sugli scaffali.

I dati lo mostrano con chiarezza: il 67% delle persone tra i 50 e i 59 anni si dichiara interessato a prodotti che favoriscono un invecchiamento sano. Dopo i 60 anni, questa fiducia scende al 36%. E proprio chi avrebbe più bisogno di queste soluzioni è meno propenso a considerarle rilevanti. Non è un problema di disponibilità. È un problema di adozione.

E qui la spiegazione più immediata sulla quale gira la scienza è quella della food neophobia (Carrillo & Tárrega, 2025; Pliner & Hobden, 1992): la tendenza a evitare cibi nuovi o non familiari. In termini semplici, ciò che è noto rassicura, ciò che è nuovo richiede uno sforzo di conoscenza. Ma fermarsi qui significa accettare una conclusione implicita: che limitare le abitudini sia un destino inevitabile. E questa è una posizione che faccio fatica ad accettare, anche perché se guardiamo ai contesti in cui le persone longeve sono coinvolte, ascoltate, messe in condizione di esprimere preferenze e significati, il quadro cambia. Se per anni queste persone sono state considerate “hard to reach” e quindi poco incluse nei processi di ricerca e sviluppo, non sorprende che oggi appaiano distanti anche dalle soluzioni proposte. Non si tratta solo di resistenza. Si tratta anche di mancanza di coinvolgimento. È qui che si innesta il mio percorso di studio Mi sono formata in un contesto, EngageMinds HUB, in cui la ricerca parte da un presupposto diverso: non si fa scienza solo per le persone, ma con le persone. Questo sposta il baricentro. Non si tratta di ottimizzare soluzioni a valle, ma di costruire le condizioni della loro accettazione a monte.

Da questa prospettiva è nato AURA. Un progetto che non si limita a osservare perché le persone non adottano certe soluzioni, ma lavora per capire quando e come potrebbero farlo. Attraverso pratiche di co-design e ricerca partecipativa, AURA ha mostrato che l’accettazione non dipende solo dal contenuto nutrizionale, ma da come questo contenuto si inserisce nella vita quotidiana, come per esempio:

  • quando l’innovazione è familiare e non rompe un equilibrio ma si innesta.

  • quando il beneficio è comprensibile e si traduce in autonomia, energia, continuità.

  • quando esiste fiducia e l’incertezza si riduce.

    Queste condizioni non sono accessorie, ma fondamentali. Sono ciò che rende possibile il passaggio dal “non lo considero” al “posso provarlo”. Da qui, il lavoro di studio e sperimentazione è andato oltre. A Cremona, insieme a cinque aziende del territorio, queste evidenze sono diventate terreno di collaborazione. Tecnologi alimentari, ricercatori e cittadini della longevità sono stati coinvolti nello stesso processo: non per adattare prodotti esistenti, ma per ripensarli insieme.

    Per me questo percorso ha significato anche attraversare mondi diversi. Arrivare dalla psicologia e andare verso un contesto fortemente tecnologico e produttivo non è stato lineare. Spesso è un lavoro di traduzione tra linguaggi, priorità, criteri di valore. Ma è proprio in questa interfaccia che si apre una possibilità. Se vogliamo sostenere l’healthy aging, non possiamo limitarci a dire cosa è corretto mangiare. Dobbiamo creare le condizioni perché quel “corretto” possa essere riconosciuto, scelto, integrato. E forse, prima ancora, dobbiamo mettere in discussione un’abitudine: quella di parlare delle persone della longevità senza confrontarci direttamente con loro. Anche, e soprattutto, quando si tratta di cibo. Il problema non è la neofobia. È aver accettato troppo in fretta che non si possa andare oltre.

     

    References

    World Health Organization. (2021). Decade of healthy ageing: baseline report. World Health Organization.

    Bauer, J., Biolo, G., Cederholm, T., Cesari, M., Cruz-Jentoft, A. J., Morley, J. E., … & Boirie, Y. (2013). Evidence-based recommendations for optimal dietary protein intake in older people: a position paper from the PROT-AGE Study Group. Journal of the american Medical Directors association, 14(8), 542-559.

    Pliner, P., & Hobden, K. (1992). Development of a scale to measure the trait of food neophobia in humans. Appetite, 19(2), 105-120.

    Carrillo, E., & Tárrega, A. (2025). Elderly perception of protein products in relation to their neophobic attitude and nutritional protein knowledge. Food science & nutrition, 13(4), e70129.