Covid-19, si vede la fine dell’emergenza, e come la vivono gli italiani?

a cura di Stefano Boccoli

I dati dell’ultima rilevazione dell’EngageMinds HUB: sale l’ottimismo ma permangono aree di preoccupazione in controtendenza rispetto ai mesi scorsi

In questi giorni cade l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto, con la prospettiva – ancora lontana e tutta da confermare – di allargare questa possibilità persino agli ambienti chiusi. E più in generale, è un vero e proprio cambio di tono quello che si registra nella comunicazione di molti organismi internazionali e nazionali. Però gli esperti lo sottolineano, non è finita e molto ancora dipende dai nostri comportamenti dei prossimi mesi. Ecco perché, su queste questioni è importante sapere come la pensano gli italiani e che atteggiamenti hanno dal punto di vista psicologico su alcune importanti variabili che condizioneranno il nostro prossimo futuro.

Il peggio è passato?

Risposte che provengono dall’ultima rilevazione del Monitor continuativo dell’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica di Cremona. Dati freschissimi, raccolti ed elaborati tra fine gennaio e inizio febbraio che indicano come il 41% pensi che “il peggio sia passato”. Si tratta di un dato che si mantiene inalterato rispetto a quanto rilevato a settembre 2021, ma fortemente più elevato rispetto a quanto registrato circa un anno fa, quando a marzo 2021, era solo il 17% a pensare che il peggio fosse ormai dietro le spalle.

Così come quasi la metà del campione intervistato (49%) ritiene che oggi Covid-19 sia meno pericoloso di prima; a settembre 2021 era il 37% e a marzo 2021 era solo il 19%.

Opinioni da mettere in relazione con il mood psicologico delle persone. La ricerca fa emergere infatti che il 36% degli italiani oggi si sente “più ottimista” rispetto al passato. Un dato che ha oscillato negli ultimi due anni sempre attorno a un terzo degli intervistati. E che fa il paio con il “fatalismo” in cui in queste settimane si identifica sempre il 36% della popolazione, in crescita dal 32% del settembre scorso.

«Gli Italiani hanno ora necessità di “voltare simbolicamente pagina”, riconquistandosi spazi di libertà di vita ma soprattutto riacquisendo capacità progettuale sul proprio prossimo futuro – commenta la professoressa Guendalina Graffigna, Ordinario di Psicologia dei consumi e della salute e direttore dell’EngageMinds HUB. “Una necessità frustrata a più riprese dalle precedenti ondate della pandemia ma che ora più che mai diventa necessaria per dare simbolicamente ossigeno anche sul piano psicologico».

Italiani preoccupati

Per cercare di spiegare questi atteggiamenti, l’indagine del Centro di ricerca dell’Università Cattolica, va a indagare le preoccupazioni degli italiani. E i dati si accordano con l’apertura di speranza che il Paese sta vivendo in queste settimane, perché alla domanda “si ritiene preoccupato per la sua salute” ha risposto “sì” solo il 18% del campione, contro il 35% di marzo 2021. Si mantiene stabile il timore di nuove varianti del virus Sars-Cov-2, ma tutto sommato su livelli non elevati: 28%. Si fa tuttavia sentire l’effetto “Omicron” visto che sulla questione specifica del percepirsi a rischio di contagio risponde positivamente il 38%; una percentuale in forte aumento dal settembre scorso, quando era il 26%.

«Questo dato, che mostra quanto gli italiani si sentano a rischio contagio, è particolarmente rilevante oggi, in fase di allentamento di alcune restrizioni e nel quale si prospetta la fine dell’emergenza – spiega la professoressa Graffigna. – “Si tratta di evidenze importanti e rassicuranti perché indicano che gli italiani sono pronti e consapevoli a convivere con il virus, riappropriandosi di qualche libertà persa ma senza superficialità”

Ci sono però dei distinguo da fare a seconda delle fasce demografiche, con evidenze non scontate. Per esempio – prosegue Graffigna – emerge che gli over60, che da inizio pandemia si sono sempre mostrati tra i più cauti, oggi si rivelino meno preoccupati della media nazionale (28% contro 38%), e soprattutto lo risultino assai meno dei trenta-cinquantenni, la fascia, ricordiamolo, dove in Italia risiede la maggior parte dei non vaccinati, che a fronte di un atteggiamento più sicuro nel passato, oggi, per il 42% dei casi denunciano particolare preoccupazione verso il rischio di contagio».

Ma anche il fattore geografico ha risvolti interessanti. Perché da come ci spiegano all’EngageMinds HUB una dinamica in controtendenza rispetto agli ultimi mesi mostra che gli italiani del Centro e del Sud del Paese sono più preoccupati rispetto al Nord, dove storicamente la pandemia ha colpito maggiormente. Forse, per quest’area, un segno di stanchezza e un desiderio di svolta ancor più marcato?

E infine, si può sottolineare come l’orientamento politico questa volta non impatti sulla percezione di rischio di contagio da Covid-19: a due anni dall’inizio di questa gravissima crisi, pare così che gli ultimi provvedimenti delle autorità non abbiano polarizzato politicamente i cittadini.

 

La ricerca

La ricerca è parte di un Monitor continuativo sui consumi alimentari e sull’engagement nella salute condotta dai ricercatori del centro di ricerca EngageMinds HUB (Lorenzo Palamenghi, Greta Castellini, Serena Barello, Mariarosaria Savarese, Guendalina Graffigna), che rientra nelle attività del progetto CRAFT (CRemona Agri-Food Technologies) e di Ircaf (Centro di riferimento Agro-Alimentare Romeo ed Enrica Invernizzi). La ricerca di EngageMinds HUB è stata condotta su un campione di oltre 6000 italiani, rappresentativo della popolazione per sesso, età, appartenenza geografica e occupazione: i primi 1000 casi tra fine febbraio e inizio marzo 2020 (inizio della pandemia in Italia); i secondi 1000 casi a maggio 2020; i terzi 1000 casi a settembre 2020; i quarti 1000 a novembre 2020, i quinti 1000 casi a marzo 2021, i settimi 1000 casi a febbraio 2022. I sette campioni sono perfettamente sovrapponibili. La survey è stata realizzata con metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interview).
Sul sito www.engagemindshub.com sono reperibili i report della ricerca. 

 

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EngageMinds HUB è il primo Centro di ricerca italiano multidisciplinare dedicato allo studio e alla promozione dell’engagement, cioè del coinvolgimento attivo delle persone nelle condotte di salute e nei consumi alimentari. Le attività di EngageMinds HUB sono ispirate dai principi della psicologia dei consumi e della salute cioè lo studio dei pensieri, delle motivazioni e dei comportamenti che stanno alla base delle nostre scelte di salute e di consumo.

Il Centro di Ricerca nasce dalla sinergia interdisciplinare tra la Facoltà di Psicologia e la Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Cattolica. Le attività di ricerca, formazione e consulenza promosse da EngageMinds HUB si avvalgono inoltre della collaborazione di docenti e ricercatori appartenenti a diversi settori scientifici (psicologia; scienze agrarie, alimentari e ambientali; economia; medicina; giurisprudenza; sociologia; scienze bancarie) a livello nazionale e internazionale.   Url: https://engagemindshub.com/